OCCHI PER VEDERE
di Annapaola Prestia
"Capitano … Volevo chiederle … Che cosa si prova esattamente quando ci si innamora?"
Il capitano Picard rimase per un lungo minuto con le pupille dilatate fisse in quelle color ambra dell’androide.
"Beh, signor Data ..."
"Le spiego, capitano," lo interruppe Data con il suo solito tono privo di inflessioni, quasi stesse tenendo una lezione di meccanica quantistica, "ho osservato attentamente i comportamenti dei miei compagni in questi giorni, soprattutto quelli del Comandante Riker e del Consigliere Troi…"
“Bell’esempio,” pensò rapido Picard. “Davvero un gran bell’esempio,” e prese mentalmente nota: “Ricordarsi di ammonire Riker per il suo comportamento in pubblico.” Del resto ormai si sapeva: quando cominciava una nuova primavera, Will e Deanna sentivano il bisogno di rinverdire il loro rapporto...
"E ho notato," Data continuava, le mani elegantemente appoggiate in grembo, "guardando col senno di poi alle mie relazioni passate, di non essere mai stato in grado di monitorare con efficienza le mie risposte fisiologiche e quelle della mia partner e riconoscere in esse un principio d’amore. Con il Tenente D’Sora ad esempio …"
“Il Tenente D’Sora?!” Picard cercò di mantenere un’espressione neutrale e si voltò a guardare il proprio acquario con disinteresse.
"La nostra relazione ha subito una battuta d’arresto proprio a causa di questa mia insufficienza," concluse Data un po’ titubante.
Perfetto! Tutto quello che gli ci voleva adesso era proprio un androide in amore!
Picard si massaggiò lentamente il cranio, cercando disperatamente di trovare le parole adatte; si chiese se Data non avesse percepito l’aria differente che da qualche giorno si respirava sull’Enterprise, l’aria profumata delle primavera, l’aria leggera delle novità, quella stagione così speciale... E ripensò immediatamente a LaBarre, in Francia, ai vigneti di suo fratello Robert, al profumo che emanava la campagna a primavera e desiderò ardentemente di essere là. Era mai possibile che, dopo oltre 2000 anni gli esseri umani sentissero ancora una spinta tale, un simile desiderio d’amore, che si scatenava a primavera?
"Signore... Mi sta ascoltando?"
"Ma certo, signor Data, la prego continui..." e le guance del Capitano Picard si colorirono leggermente di qualcosa di molto simile al rossore.
"In breve, se me lo concede, signore, desideravo sottrarle una piccola parte del suo tempo per una specie di esperimento. Mi piacerebbe che lei venisse con me sul ponte ologrammi quattro e si sottoponesse al seguente test: l’apparizione del suo tipo ideale di partner femminile…"
"Signor Data..." Picard si divincolò sulla propria sedia, ma l’ufficiale continuò: "Il suo compito consisterebbe nel tentare di descrivere le sensazioni che prova, i suoi pensieri a contatto con tale realtà, mentre il computer monitorerebbe continuamente le sue risposte fisiologiche quali, ad esempio, il battito cardiaco, la pressione arteriosa, la sudorazione, la risposta galvanica, la dilatazione del..."
"Basta così Data!"
L’androide si zittì bruscamente.
"Data..." cominciò Picard, visibilmente imbarazzato, "sono sicuro che il suo chip emozionale potrebbe darle le risposte che sta cercando..."
"Un sentimento destabilizzante come la passione amorosa potrebbe essere pericoloso per un inesperto come me."
Effettivamente non aveva tutti i torti; Picard cercò un’altra scappatoia:
"Perché non prova a chiedere al Comandante Riker …"
"Già fatto, signore; ho eseguito il test sul comandante, ma la sua risposta ormonale è stata eccessiva e la sua descrizione emozionale assai scadente. Con il Tenente Worf ho dovuto interrompere quasi subito il test per non rischiare un combattimento all’ultimo sangue; Geordi invece …"
"D’accordo Data, ho capito, non occorre che continui."
"Signore," tentò l’androide per l’ultima volta, "lei è un diplomatico esperto, un uomo capace di controllare, scomporre ed analizzare le proprie emozioni, uno che non si lascia travolgere dagli avvenimenti emotivi. Dopo attente analisi, ho concluso che lei sarebbe un soggetto perfetto per questo esperimento che, del resto, ritengo molto importante per la mia crescita."
Picard sospirò e sbuffò, eseguendo quel suo caratteristico gesto di tirare la giacca della propria uniforme sui pantaloni ed osservò Data, dall’altra parte del tavolo, eseguire inconsciamente la stessa manovra. Si sentì un po’ come un padre alle prese con un figlio adolescente: gli psicologi di tutto il quadrante sostenevano che lasciare i figli sbagliare e magari un po’ soffrire era una tappa fondamentale per uno sviluppo sano. Ma Data era un ufficiale, l’unico sull’Enterprise capace di mantenere il controllo in qualsiasi situazione, l’unica forma di vita senza alcuna incertezza, ma anche senza alcuna diretta esperienza emozionale; non si poteva lasciarlo da solo di fronte ad un sentimento così imprevedibile...
"Data, mi lasci almeno un po’ di tempo per pensarci su..."
"Ma certo, signore."
"Domani mattina le saprò dare una risposta; adesso è molto tardi."
"Sì, signore. La ringrazio, signore. Buonanotte."
Picard attese che il suono familiare della porta scorrevole si disperdesse, assieme alle tracce di quell’ultima conversazione, quindi si prese la testa tra le mani e chiuse gli occhi, cercando di rilassarsi.
Maledetta primavera... Non ci mancava altro che questo: vedere Riker accarezzare con lo sguardo le lunghe gambe di Troi in plancia, Worf diventare irrequieto ed irascibile, Beverly cinguettare garrula di Wesley ad ogni colazione e adesso Data che si era messo in testa un’idea così folle, che solo un cervello positronico avrebbe potuto generare.
“Lei così controllato, lei che è un abile diplomatico” le parole di Data gli rimbombarono con violenza nelle orecchie... Oh, se solo avesse saputo, se soltanto avesse avuto la perspicacia di Deanna e magari un pizzico della sua empatia, non sarebbe certo venuto a proporgli un simile esperimento.
Si alzò di scatto, incapace di sedere un minuto di più, e si diresse verso la propria libreria: decise che sarebbe rimasto in compagnia di Shakespeare e di un tè Earl Grey ben caldo per tutta la notte; ma il suo proposito si spense di colpo quando, cinque minuti dopo, ripose l’Amleto al suo posto e cominciò a misurare il proprio alloggio come fosse stato una tigre in gabbia.
Andare da Beverly? Ma no, era una follia, probabilmente a quest’ora stava già dormendo e, anche se fosse stata sveglia, sicuramente sarebbe rimasta colpita dalla sua reazione emotiva:
“Jean- Luc, è solo un test! Non capisco perché ti agiti tanto!”
Ma lui, lui sì che lo sapeva, che conosceva il motivo della propria agitazione: era un motivo che aveva tenuto segreto perfino alla sua migliore amica, per non parlare del Consigliere Troi, di cui sperava che le facoltà mentali fossero momentaneamente più deboli a causa della primavera appena cominciata.
Scosse la testa ed emise un sospiro di rabbia: non voleva assolutamente cedere anche quella notte, come già succedeva da circa una settimana, ma ecco che le gambe lo guidavano in un’altra direzione e il Capitano non poté fare altro che uscire, con fare guardingo, dal proprio alloggio e dirigersi verso il ponte ologrammi quattro.
"Inizializzazione completata, entrare appena pronti."
Picard sperò ardentemente che non passasse nessuno nei corridoi, a quell’ora della notte, e che la voce metallica del computer non avesse destato il sensibile orecchio di qualche Vulcaniano; ma tutto sembrava tranquillo ed egli sgusciò silenzioso oltre la pesante porta arancione.
"Jean-Luc, sei venuto a trovarmi!"
Una giovane donna, meravigliosamente bella nel suo abito da sposa candido e con uno sguardo triste e spaventato, ravvivato appena un poco dalla subitanea entrata del Capitano, lo stava fissando intensamente, mentre con una mano graziosa cercava di far stare diritto sulla folta chioma bruna il velo bianco finemente ricamato. Picard si prese la testa fra le mani.
"Computer, bloccare immediatamente la simulazione!"
La frase gli uscì strozzata, come se l’avesse emessa con un’evidente difficoltà; la donna magnifica si arrestò di colpo e si fece di pietra.
"Sì..." riprese il capitano dopo un minuto, "sono venuto a trovarti ancora... Kamala... Come quella mattina di tanto tempo fa..." tacque, incapace, per un secondo, di aggiungere altro e si abbandonò ad occhi chiusi al flusso doloroso dei propri ricordi.
Kamala, la metamorfa empatica, il regalo per Alrik di Valt Minor, una donna geneticamente perfetta, nata, cresciuta ed educata per compiacere il futuro marito, per assecondare ogni suo più recondito desiderio, indirizzata già da bambina ad un matrimonio politico, che avrebbe riportato finalmente la pace tra due mondi, in lotta da secoli. L’avevano trasportata a bordo come se fosse stata un mercanzia qualunque e l’avevano sistemata, protetta dal suo involucro, che la faceva assomigliare ad uno strano oggetto alieno, in una stiva di carico; poi erano arrivati i Ferengi e le loro manie di profitto; avevano rotto l’involucro e ne era uscita lei, meravigliosa come la Venere del Botticelli, che l’aveva apostrofato con quel tono di voce seducente da gatta in amore: "Io appartengo a te, Alrik di Valt," prima di avvolgerlo con le braccia e con quel suo splendido sorriso.
Ricordava chiaramente le reazioni di tutto l’equipaggio, di fronte a quello strano passeggero: Riker, completamente sedotto con una sola occhiata, Worf che non le staccava gli occhi di dosso, Beverly che parlava, tutta accalorata, di prostituzione spaziale e lui... Lui che l’accompagnava a fare un giro sull’Enterprise, lui che le raccontava di come sapeva suonare, lui che cercava di apprendere i rituali del matrimonio, visto che il cancelliere di Krios, incaricato di officiare il rito, si era ferito qualche giorno prima.... Lui, che non la guardava mai dritto negli occhi, per paura che lei potesse leggergli fin dentro l’anima il desiderio che lo consumava, da quel primo imbarazzante incontro; lui, che giurava e spergiurava che non si sarebbe fatto abbindolare e che comunque continuava ad andarla a trovare nell’alloggio dove era stata segregata per evitare guai al personale maschile... Lui, che aveva costretto le sue mani a stare immobili e la sua bocca a tacere, quando aveva sentito Alrik dire di non essere affatto interessato a quella donna, ma soltanto ai trattati commerciali... E ancora lui, che era venuto a prenderla nel suo alloggio la mattina del matrimonio, che l’aveva portata a quella specie di altare a braccetto e l’aveva consegnata, con un’espressione dura e terrea, al braccio del futuro marito... Lui, che adesso era qui, davanti a un ologramma con le sue fattezze e che gli trafiggeva ogni notte il cuore mentre, con quel tono di voce dolce, animato dalla sorpresa, gli diceva che era contenta che lui fosse andato a trovarla.
Riaprì gli occhi e li puntò sul viso di lei, cristallizzato in una maschera a metà fra la disperazione e lo stupore: aveva gli occhi leggermente arrossati, probabilmente perché non doveva aver dormito la notte precedente e le labbra rosse dischiuse in una specie di mezzo sorriso di dolce rimprovero.
Kamala, la “Donna Perfetta” e il Capitano Jean-Luc Picard, il perfetto idiota, che l’aveva lasciata andare in nome della ragion di stato, che l’aveva perduta per sempre, ma che non era riuscito a dimenticarla neanche per un nanosecondo.
Lasciò che un’unica lacrima uscisse lentamente dal proprio occhio destro e gli scivolasse lungo la guancia non rasata, dove già si vedeva spuntare un principio di barba bianca, e si sentì improvvisamente vecchio: da quanti anni andava avanti questa vita? Da quanto tempo aveva preso l’abitudine di sopprimere le proprie emozioni, di controllare i propri muscoli e il proprio movimento, di essere forte come una roccia, un faro, un punto di riferimento sicuro per la propria nave e il proprio equipaggio? E quante occasioni come quella aveva sprecato? Quante volte non aveva preso la svolta decisiva della sua vita e aveva raddrizzato il proprio destino con forza e determinazione, affinché diventasse e rimanesse un percorso largo, facile da seguire per ognuna delle persone a bordo dell’Enterprise? E alla fine, ne era valsa veramente la pena?
Non aveva moglie, non aveva figli, non aveva una donna fissa da un’eternità; oh, certo, aveva Beverly e quel tacito accordo, che era stato stipulato tra di loro: “tra noi c’è sicuramente qualcosa, ma è meglio lasciare le cose come stanno, almeno per ora, però non chiudiamoci del tutto la porta, d’accordo?” Ma ormai questo non gli bastava più!
Di colpo, si accorse di quanto fosse stato stupidamente orgoglioso, di quanta fiducia avesse riposto in sé e nel proprio temperamento: con la vecchiaia si raggiunge la pace dei sensi, ci sono tante altre cose che non hanno niente a che fare con l’amore...
Eppure conosceva perfettamente quella sensazione di disagio, quando guardava negli occhi di Riker, quando lo osservava civettare con Deanna o con una donna qualsiasi del suo equipaggio: sapeva che cosa significava quella specie di sordo risentimento; probabilmente era quel sentimento tipico, una sorta di invidia, che i vecchi provano quando, a paragone con i giovani, si rendono immediatamente conto di aver bruciato tutte le proprie possibilità.
Che cosa gli restava da fare? Mantenere la maschera della diplomazia, della forza d’animo, del coraggio, almeno in plancia, per poi strapparsela con rabbia e disperazione dal viso non appena si fosse ritrovato solo.
"Mi dicesti una sera che anche le Mura di Gerico caddero," disse all’ologramma, mentre, con il dorso della mano sinistra aveva cominciato ad accarezzarle dolcemente il viso al di sotto del velo bianco. "Ma il mio non era altro che un castello di carte ed è bastato che il tuo sguardo ci soffiasse sopra una sola volta per farlo crollare miseramente a terra. Non ero altro che un vecchio presuntuoso, amore, e tu eri così giovane e bella..."
Si guardò le mani, prima le palme e poi il dorso rugoso, con le vene azzurrine sporgenti e in evidenza, nodose come le sartie di una vecchia nave da troppo tempo in mare ed ebbe paura di rispondere alla domanda che la propria mente, come impazzita, continuava a formulare e a presentargli alla coscienza: “Ne è valsa veramente la pena? Questo è tutto quello che ti resta: un ammasso di ferraglia di nome Enterprise e un ologramma che continuerà a tormentarti per il resto della tua esistenza... Ne valeva veramente la pena?”
"Computer..." Fece un sforzo immenso su di sé per parlare, "chiudere programma... uscita!"
Si appoggiò con le spalle alle fredde pareti del corridoio, per non cadere, e rimase per cinque buoni minuti paralizzato, incapace di arrestare i propri pensieri, il fiato corto, le gambe molli e annotò in un angolo della mente William e Deanna passare accanto a lui, tenendosi per mano, senza neanche vederlo, persi una negli occhi dell’altro e, stavolta, uno spasmo doloroso all’altezza del cuore, gli fece quasi perdere del tutto l’equilibrio. Sarebbe stata una notte infinita.
"Signore, se è un brutto momento ripasso più tardi..."
"No, Data, entri pure. Si accomodi, la prego."
"Lei non ha dormito bene..."
"Non ho dormito affatto," rispose Picard e poi scosse la testa un po’ stizzito per quella confessione che gli era uscita così, senza chiedere il permesso. "Se gli esseri umani non dormono a sufficienza..."
"Data, la smetta! Non mi serve una lezione di psicologia del sonno adesso! Parteciperò al suo test."
"Allora, signore, se vuole seguirmi..." E l’androide s’incamminò silenzioso e sicuro verso il ponte ologrammi numero quattro; Picard sperò che non si voltasse a vedere se lo stava seguendo e lo scoprisse, così curvo sotto il peso dei propri ricordi e della propria coscienza, avviarsi a quel ponte ologrammi in cui, ogni notte, il suo cuore veniva fatto a pezzi.
"La prima partner che le si presenterà sarà una signora francese di mezza età..." Data continuava nella sua descrizione dell’esperimento e Picard lo fissò per un secondo in quegli occhi cibernetici e si sentì al sicuro: nessuna donna olografica, ad eccezione di una, gli avrebbe fatto perdere la testa e il controllo. Ancora una volta sarebbe stato di esempio per il proprio ufficiale e l’avrebbe aiutato nel suo lungo e faticoso cammino in cerca del proprio cuore.
Pensò all’Uomo di Latta del "Mago di Oz", a quella sua ricerca, così simile a quella di Data, a quella sua determinazione a trovare un cuore umano per poter provare di nuovo qualcosa, alla sua sbadataggine nel non accorgersi di avere già un cuore grande come il mare, sepolto sotto quintali di lamiere.
Ma c’era una cosa che Data non possedeva: occhi per vedere, occhi esperti nell’analizzare i cuori degli uomini.
Anche per stavolta e Picard sorrise di un sorriso amaro, il suo segreto sarebbe rimasto al sicuro.